Paola Dalmasso - Body work & Grinberg method®
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16/07/2026

Definizioni che dividono

Ci sono giornate che scorrono via veloci e altre che, invece, lasciano una traccia.

Nel mio lavoro ma anche durante il mio tempo libero mi trovo in situazioni che mi colpiscono. Mi punzecchiano. Non sempre nell'immediato. A volte mi accompagnano per giorni, tornano mentre cammino, mentre faccio altro, mentre penso. Sono piccoli semi che continuano a lavorare e che mi portano a interrogarmi sul modo in cui guardiamo noi stessi e gli altri.

Qualche tempo fa ho letto una frase che diceva, più o meno, che ciascuno di noi possiede una parte più maschile e una parte più femminile.
È una di quelle affermazioni che si incontrano spesso. Molti la trovano rassicurante, qualcuno la considera addirittura una chiave per comprendere le persone.

Io, invece, mi sono fermata.

E mi sono chiesta: ci avete mai riflettuto davvero?
Cosa succede se iniziamo a osservare il mondo attraverso questa lente?

Se una donna è molto determinata, ama lo sport, è competitiva, prende decisioni con fermezza... significa che sta esprimendo il suo "lato maschile"? Diventa meno donna?
E se un uomo è particolarmente sensibile, accogliente, emotivo, capace di ascoltare e di mostrare le proprie fragilità... significa che è meno uomo?

Più ci penso e più sento che qualcosa non torna.
Perché, anche quando queste definizioni vengono presentate con le migliori intenzioni, continuano a dividere caratteristiche umane in due contenitori.

Da una parte il maschile.
Dall'altra il femminile.

Come se il coraggio avesse un genere.
Come se la dolcezza ne avesse un altro.
Come se la forza appartenesse naturalmente a qualcuno e la sensibilità a qualcun altro.

Io credo che questo modo di raccontare le persone non ci renda più liberi.

Anzi.

Penso che finisca per creare nuovi stereotipi.
Magari più raffinati di quelli di una volta, magari espressi con un linguaggio diverso, ma pur sempre stereotipi. E gli stereotipi hanno una caratteristica precisa: semplificano.

Ridimensionano la complessità.
Ci fanno credere che la realtà possa essere ordinata in categorie nette, quando invece la vita è fatta di sfumature, di contraddizioni, di cambiamenti, di caratteristiche che convivono nello stesso essere umano senza alcun bisogno di essere etichettate.

Quando dividiamo tutto in due poli, inevitabilmente costruiamo delle contrapposizioni.
Maschile contro femminile.
Razionale contro emotivo.
Forte contro delicato.

È un modo di leggere il mondo che appiattisce il dialogo, perché invece di conoscere davvero una persona iniziamo subito a collocarla dentro una definizione.

E io, sinceramente, non voglio fare questo.
Io sono come sono.

Ed è così che cerco di guardare anche le persone che si affidano a me.

Quando qualcuno entra nel mio studio, non vedo una donna che dovrebbe comportarsi in un certo modo. Non vedo un uomo che dovrebbe reagire secondo uno schema preciso.

Vedo una persona.
Una persona con la sua storia, il suo corpo, le sue paure, le sue risorse, i suoi desideri.

Ed è da lì che parto.

Nel mio approccio non dividerò mai una persona in due e non parlerò mai per stereotipi.

Non cercherò di spiegare chi sei attraverso categorie binarie perché credo che ridurre qualcuno a una presunta energia maschile o femminile significhi perdere di vista ciò che conta davvero: la sua unicità.

Perché ogni persona è molto più complessa di qualsiasi definizione.


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